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20TH JCI ACADEMY IN JAPAN - Penultima tappa del viaggio al centro dell'accademia formativa della Junior Chamber International
FOLLOW THE LEADER!
“The roof, the roof, the roof is on fire… Follow the leader!”. Avete presente un villaggio turistico? La gente che canta e balla tutta assieme? Ecco, anche questa è la JCI Academy. Il nostro formatore è il Past President Mondiale Lars Hajslund, danese, uno dei migliori trainer del mondo Junior. A dispetto della sua mole non proprio filiforme, è molto atletico. E all’inizio di ogni sessione ci fa ballare.
 Il corso di quest’anno è incentrato sul Bushido, l’antico codice etico-comportamentale dei samurai. L’idea è chiara. “ The way of the samurai, the way of leaders”. A dispetto di un luogo comune che vede la leadership come un concetto tipicamente occidentale. Dire che il tema è affascinante, è poco. Tanto più per l’atmosfera che si respira qui. Nell’Iwate, la prefettura di cui fa parte Morioka, è nato Inazo Nitobe, l’uomo che ha trascritto in un libro le linee-guida dei guerrieri nipponici: benevolenza, coraggio, cortesia, giustizia, lealtà, onore, sincerità, cementati con autocontrollo e spirito di sacrificio… La mia host family ha persino un antenato samurai. E prescindendo da ogni credo religioso, il Bushido – unito all’Omoyari, che si traduce in comprensione, rispetto e accettazione dell'altro - ben si adatta ad essere studiato e applicato da tutti noi 118 delegati provenienti da ogni angolo del mondo. Come sempre in Jci, l’insegnamento non è cattedratico. Ma certo, l’accademia è tosta. Si sta svegli 20 ore al giorno, tra sessioni di lavoro, gite, feste, compiti e casa e chiacchiere con gli amici. Perché – diciamocelo chiaramente – quando più ci capiterà di avere l’occasione di fare domande e condividere esperienze di vita con giovani provenienti da oltre 70 nazioni? E poi, è chiaro: il trainer vuole quasi portarci all’esasperazione psico-fisica, per vedere fino a che punto reggiamo, fino a quando riusciamo a mantenere i nervi saldi, fino a dove siamo in grado di lavorare in gruppo senza scoppiare-litigare-scappare… Per capire, insomma, quanto siamo dei veri leader con abilità di team working. E per farci migliorare nei punti in cui ancora siamo carenti… In una parola, be better!
Pensate che tutto ciò sia folle? Beh, un po’ sì, lo è. Però, posso assicurarvi una cosa: ho visto la delegata del Bangladesh, una ragazza tutto pepe alta un metro e niente ed esile esile, spaccare in due una tavoletta di legno con una mano. Ho visto la mia amica del Messico frequentare per 10 giorni un’Accademia in inglese senza sapere quasi una parola, ma avendo alla fine un sacco di amici che le volevano bene e l’aiutavano. E ho visto la sottoscritta spingersi oltre quella che credeva la propria soglia di sopportazione. Capendo, alla fine, che è vero: “The roof is on fire, sky is the limit!”.
Il concetto non è facile da spiegare, ma cercherò un episodio emblematico. E’ il tardo pomeriggio del penultimo giorno di accademia. Io sono stanca – molto stanca – ho la febbre, zoppico vistosamente per la puntura d’insetto che ha fatto infezione… Stamattina, come ogni mattina, ci siamo svegliati alle 6 per andare a fare risveglio muscolare, una specie di ginnastica fantozziana in stile giapponese… La scorsa notte abbiamo dormito 2 ore, per finire il lavoro di gruppo, poi abbiamo fatto la presentazione in inglese, quindi abbiamo scalato una montagna (già, con il mio piedino dolorante…) per andare a vedere un tempio… Insomma, c’è una sola cosa al mondo che desidero: andare a dormire. Ogni cellula del mio corpo mi implora di lasciarla riposare. E’ quasi finita, rimane soltanto un’ultima cosa da fare. Ogni gruppo deve scegliere un ambasciatore, che vada a trattare con gli altri 12 per redigere il documento finale dell’Academy. Ogni gruppo, ovviamente, cercherà di far valere le proprie idee. Bisognerà avere grandi abilità diplomatiche… “Bene, dunque, scegliamo questo ambasciatore e andiamo a dormire”, penso tra me e me. Ed è lì che arriva la sorpresa. Il mio amico dello Sri lanka è il primo ad alzarsi e a dirmi: “Devi andarci tu”. Ed ecco tutti e quattro i giapponesi e poi via via tutti i miei compagni di gruppo dire che sì, che devo essere io il nostro ambasciatore. Io li guardo un po’ frastornata e vedo il mio tanto sospirato futon che si allontana… Vorrei rispondere: “Grazie, molto gentili, ma non se ne parla proprio. Io vado a letto!”. Il mio fisico mi supplica di farlo. Poi però mi fermo un attimo, penso a che cosa significhi per la JCI Italy avere un ambasciatore, penso da quanto tempo non ne abbiamo uno, mi chiedo addirittura se mai ne abbiamo avuto uno… E penso a quegli uomini non proprio femministi, che chiedono a me - donna - di rappresentarli… E ripenso alle parole di Lars: “Leadership is a choise! La leadership è una scelta”. Anche se a volte costa, anche se a volte non si avrebbe il coraggio, la forza o la voglia di fare quella scelta… E così, in un baleno scelgo. Mi alzo, guardo gli altri 9 samurai e dico loro: “Thank you. It will be an honour and a pleasure. Grazie, sarà un onore e un piacere”. Sorrido e mi avvicino – zoppicando – al tavolo degli ambasciatori. Qui, trovo davvero gente agguerrita, nel senso buono del termine. Sono quasi tutti madrelingua e sono determinati a far valere le proprie idee. Il mio amico Aldis della Latvia vede la mia smorfia di dolore per le fitte al piede, mi prende una sedia e si siede a sua volta, in modo che lo facciano tutti, per mettermi a mio agio. A quel punto, capisco che qui – per sopravvivere e magari anche portare a casa il risultato – bisogna sfoggiare tutta la nostra solare, gesticolante, sorridente italianità. Alla fine, la delegata scozzese mi dirà che io sono una “donna di pace”. Io ringrazio e penso che questo – davvero – non me lo aveva mai detto nessuno… Intanto, mi raggiunge Peter. Guarda il documento finale, frutto di tane trattative, e mi dice: “Sbaglio o la nostra proposta è la premessa di questo scritto?”. “Certo”, gli rispondo io sorridente. Lui mi abbraccia e dice: “Ecco perché volevo che fossi tu la nostra ambasciatrice, sapevo che ce l’avresti fatta”. Queste sue parole, valgono più di una medaglia. Ora ne sono convinta: “I can do it! I can do it davvero! Qualsiasi cosa sia!”.
GRADUATION CEREMONY
La sera della cerimonia del diploma è arrivata. Nei 20 minuti liberi che ci vengono concessi, mi infilo sotto la doccia, lavo e asciugo i capelli e mi metto il vestito lungo. Rigorosamente blu Jci. Ormai sono una campionessa nel prepararmi a tempo record, nonostante tutti gli acciacchi.
Come gli altri miei compagni d’avventura, qui sono un’ambasciatrice della mia terra. Così, nei giorni scorsi ho distribuito a tutti in omaggio le bustine di miele delle Prealpi, i libri in inglese sulle bellezze turistiche del Varesotto e una copia tascabile del Credo in italiano, mentre da casa avevano spedito vino e grappa d’Angera… Domani, quando bisognerà chiudere le valige, sarà un’impresa farci stare penne, cartoline, biscotti, collane, tovaglie e tutti gli altri souvenirs dal resto del mondo, compresa una piccola katana di legno… Ma stasera, per l’ultima volta, è la nostra sera. E bisogna scacciare il magone.
Quando il presidente mondiale della Jci, lo statunitense Scott Greenlee, mi chiama sul palco per consegnarmi il diploma con il course leader e il presidente della Jci giapponese, sono emozionata quasi quanto la prima volta in cui ho condotto il telegiornale in diretta. Guardo i miei amici dal palco, penso a quando racconterò tutto questo ai Jaycees italiani e mi ripeto che senza di loro oggi io non potrei mai potuta essere qui.
Al Farewell party rivedo la mia japanese family. Facciamo gli ultimi scatti. Akiko mi abbraccia, papà ha gli occhi lucidi, mamma piange… Ovunque mi giri, vedo soci come me che salutano commossi le famiglie che li hanno accolti nelle loro case. “Non temete, ci rivedremo”, prometto loro: “Non so quando, ma ci rivedremo…”. Poi è tempo di ballare, per l’ultima volta, tutti assieme. Di rivede assieme sul maxischermo le immagini più belle di questa incredibile esperienza. Di cantare un’ultima volta il nostro Credo in inglese. La promessa che ci facciamo è quella di incontrarci di nuovo al World Congress in Turchia, a novembre. “Tu ci sarai?”. Mi chiedono. “Ci sarò”, assicuro. E mentre rispondo, prendo un impegno con me stessa. 
IV - continua
LA JUNIOR CHAMBER ITALIANA RINGRAZIA:
E VI INVITA A VISITARE I LORO SITI
ALLA SCOPERTA DELLE PRELIBATEZZE E DELLE BELLEZZE DEL VARESOTTO
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